Basta leggere il titolo pubblicato oggi da Il Tempo per avere l’impressione che le liste elettorali del centrosinistra siano ormai pronte: «Youssef Siher nuovo idolo della sinistra. A Roma i manifesti col suo volto e Avs pensa a candidarlo». Il pezzo, firmato da Valerio Castro nel primo pomeriggio del 30 ottobre, mette in fila due immagini forti: i cartelli con il ritratto del trentenne italo-marocchino comparsi durante il corteo dello sciopero generale nella Capitale e l’ipotesi di un suo imbarco in Parlamento con Alleanza Verdi e Sinistra. Ma davvero il partito di Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni sta lavorando per candidare il fondatore del canale social «Movimento 17 ottobre»? Se andiamo a controllare le dichiarazioni originali e le carte giudiziarie, la storia cambia parecchio.
Il gioco di prestigio tra il desiderio di uno e la linea di un partito
Partiamo dalla presunta candidatura. Nessun organo dirigente di Alleanza Verdi e Sinistra ha mai discusso o proposto di inserire Youssef Siher nelle proprie liste. L’intera notizia nasce da una conversazione concessa stamattina al quotidiano Il Foglio da Mimmo Lucano, ex sindaco di Riace ed eurodeputato eletto come indipendente nelle liste rossoverdi. Rispondendo ai cronisti, Lucano ha espresso un auspicio personale: «Sarebbe bello se Avs candidasse Youssef Siher. Sarebbe un simbolo, mi piacerebbe averlo come collega». Nella stessa intervista, per capirci, Lucano ha rivolto un appello identico a Bonelli e Fratoianni affinché candidino anche il giornalista Rai Sigfrido Ranucci, ipotesi che lo stesso Bonelli aveva già smentito categoricamente.
Qui scatta un meccanismo di manipolazione tanto vecchio quanto efficace, una specie di telefono senza fili applicato ai titoli di giornale. Funziona così: si prende il desiderio isolato di un singolo parlamentare («Sarebbe bello se il partito lo candidasse»), si nasconde il condizionale nel sommario («Mimmo Lucano lo “chiama”») e nel titolo principale si trasforma quel parere personale in una mossa politica del partito («Avs pensa a candidarlo»), allargando poi il cerchio a un’intera area politica («nuovo idolo della sinistra»). È come se al bar un tifoso dicesse che la sua squadra dovrebbe comprare Mbappé e il giorno dopo i giornali titolassero che la società ha avviato la trattativa.
Lo stesso cortocircuito visivo riguarda la piazza di Roma. I fogli stampati in bianco e nero con il volto di Siher sono stati portati in corteo dagli spezzoni giovanili e dai sindacati di base (USB, insieme alle sigle studentesche Osa e Cambiare Rotta) durante lo sciopero contro il carovita. Parliamo di realtà extraparlamentari che contestano duramente i partiti del centrosinistra istituzionale: fonderle in un unico calderone chiamato «la sinistra» serve solo a costruire un bersaglio polemico facile da colpire per l’elettore conservatore.
Cosa c’è scritto davvero nell’ordinanza del giudice di Milano
Per far funzionare la cornice dell’«estremista coccolato dai progressisti», il racconto mediatico sorvola sui motivi precisi per cui il ricercatore trentenne è tornato in libertà mercoledì 28 ottobre. La Procura di Milano aveva disposto il fermo di Siher contestandogli l’istigazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo, regolata dall’articolo 414 del Codice Penale, e il nuovo reato di violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche.
Leggendo però l’ordinanza con cui la giudice per le indagini preliminari di Milano Tiziana Landoni ha negato la convalida del fermo (qui i passaggi chiave riportati da Quotidiano Nazionale), i fatti accertati smontano la tesi della «mente» degli scontri:
- Siher ha aperto i canali Instagram e Telegram del «Movimento 17 ottobre» la sera del 18 ottobre, cioè il giorno successivo alle devastazioni avvenute nel centro di Milano;
- il vademecum pubblicato nella chat il 22 ottobre non conteneva alcuna istruzione offensiva contro gli agenti, ma invitava i manifestanti a «restare fermi e calmi» o ad «arretrare» in caso di lancio di lacrimogeni;
- nelle conversazioni analizzate, Siher non ha mai appoggiato i messaggi di altri utenti che proponevano azioni violente contro banche o edifici pubblici.
La giudice non ha fatto altro che applicare un principio scolpito nella sentenza n. 65 del 1970 della Corte Costituzionale: in una democrazia, la protesta anche aspra diventa reato di istigazione solo quando crea un pericolo concreto e immediato che vengano commessi dei delitti, non quando esprime dissenso radicale sui social. Per inventare un candidato scomodo è bastato un titolo a effetto; per smontare un teorema d’accusa sono bastate tre pagine di diritto costituzionale.
Documenti e dati citati nell’articolo:
- https://www.cortecostituzionale.it/actionSchedaPronuncia.do?anno=1970&numero=65
- https://www.quotidiano.net/cronaca/youssef-siher-libero-movimento-17-ottobre-erh2bbh8
- https://www.iltempo.it/news/politica/youssef-siher-nuovo-idolo-della-sinistra-a-roma-i-manifesti-col-suo-volto-e-avs-pensa-a-candidarlo/