I ventotto milioni di Camilleri: perché dagli anni di Berlusconi a “TeleMeloni” chi controlla la tv governa un Paese che non sa più leggere

C’è un vecchio intervento di Andrea Camilleri che di tanto in tanto riemerge dagli archivi della rete, quasi sempre accolto come una profezia amara.

Lo scrittore siciliano, con la consueta sigaretta tra le dita e la voce roca di chi ha attraversato quasi un secolo di storia patria, non parlava di romanzi né del commissario Montalbano. Parlava di numeri. E citando gli studi dell’amico linguista Tullio De Mauro, faceva una contabilità spietata dell’Italia adulta: su cinquantadue milioni di cittadini, ricordava Camilleri, due milioni erano analfabeti totali; tredici milioni erano semi-analfabeti, capaci sì e no di decifrare un’insegna o apporre la propria firma su un modulo; altri tredici milioni appartenevano infine alla categoria più insidiosa di tutte, quella degli analfabeti di ritorno.

Persone che a scuola ci erano andate, avevano preso la licenza media o persino un diploma, ma che una volta uscite dalle aule avevano smesso di leggere, di scrivere, di esercitare la fatica del pensiero complesso, finendo per disimparare. Sommando le tre cifre, Camilleri arrivava a un totale da vertigini: ventotto milioni di italiani su cinquantadue. Più di un cittadino su due privo degli strumenti minimi per comprendere un editoriale, una legge dello Stato o un contratto.

A distanza di anni, chi sperava che la diffusione di internet e degli smartphone avesse archiviato quell’allarme ha dovuto scontrarsi con la realtà certificata dagli istituti internazionali. L’ultima indagine OCSE-PIAAC sulle competenze degli adulti ha messo nero su bianco che il 35% degli italiani tra i 16 e i 65 anni si ferma al livello più basso di comprensione del testo (contro una media OCSE del 26%), faticando a capire il senso di poche righe scritte, mentre il 46% non è in grado di risolvere problemi complessi in ambienti ricchi di informazioni. Non siamo di fronte a persone prive di intelligenza o escluse dalla vita pubblica: gli analfabeti funzionali e di ritorno lavorano, pagano le tasse, si indignano al bar, condividono post sui social e, soprattutto, vanno a votare. Solo che, non potendo decodificare la realtà attraverso l’analisi di un testo scritto e il confronto tra fonti diverse, la decodificano attraverso l’unico linguaggio che non richiede sforzo cognitivo: l’immagine, l’emozione immediata, lo slogan ripetuto.

L’errore della sinistra e l’intuizione antropologica di Berlusconi

È esattamente in questa faglia culturale che si spiega la storia politica italiana degli ultimi quarant’anni. Per decenni una parte consistente del mondo progressista ha continuato a pensare la politica con gli strumenti del Novecento: i convegni, i lunghi articoli di fondo, i libri-intervista, la convinzione illuminista che bastasse spiegare con un lessico forbito un’ingiustizia sociale perché gli elettori se ne rendessero conto. Si parlava all’Italia che leggeva i quotidiani, ignorando che quell’Italia stava diventando una minoranza demografica.

La destra italiana, invece, ha capito prima di chiunque altro la lezione nascosta nei numeri di De Mauro e Camilleri. Lo ha capito Silvio Berlusconi tra gli anni Ottanta e la discesa in campo del 1994, con un’intuizione antropologica prima ancora che politica. Quando costruì l’impero Fininvest e poi Mediaset, Berlusconi non vide nella televisione commerciale solo una formidabile macchina per vendere detersivi e automobili: vide la nuova grammatica nazionale.

A quei ventotto milioni di italiani per i quali la pagina scritta era diventata un ostacolo respingente, la tv berlusconiana offrì un mondo semplice, luminoso, privo di attriti. Quando passò alla politica, applicò lo stesso schema: eliminò le subordinate, sostituì i programmi elettorali con le metafore calcistiche, trasformò il confronto parlamentare in un varietà dove contavano il sorriso, la battuta, il nemico indicato con tre parole facili da memorizzare. Chi non ha gli anticorpi della lettura critica non ha modo di verificare se una promessa economica sia coperta dal bilancio dello Stato; giudica il leader dalla familiarità del volto che entra ogni sera in salotto all’ora di cena. Controllare le frequenze televisive, prima con le tre reti private e poi, una volta al governo, blindando anche i vertici della Rai, non era un capriccio da magnate: era il modo più scientifico per governare un Paese disarmato sul piano linguistico.

Dal biscione a “TeleMeloni”: perché la tv conta ancora nell’era dei social

Si potrebbe obiettare che quel mondo sia finito, travolto dagli algoritmi, da TikTok e dalla morte della televisione generalista. Eppure basta guardare con quanta ostinazione il governo guidato da Giorgia Meloni abbia presidiato fin dal primo giorno ogni singolo snodo della televisione pubblica — fino a far entrare nel lessico giornalistico internazionale l’etichetta di “TeleMeloni” — per capire che il meccanismo è tutt’altro che superato.

Perché una destra moderna, abilissima nel presidiare i social network con clip verticali di trenta secondi, sente comunque il bisogno vitale di controllare il Tg1, le fasce di prima serata, i conduttori dei talk show e persino le direzioni di genere di viale Mazzini? La risposta sta nella combinazione tra demografia e analfabetismo di ritorno. Da un lato, l’Italia è il Paese più anziano d’Europa, dove il telegiornale delle venti resta la principale — e spesso unica — finestra sul mondo per milioni di elettori fedeli alle urne. Dall’altro, i social network non hanno affatto sostituito la logica televisiva: l’hanno semplicemente accelerata e frammentata. Un reel su Instagram o un video su TikTok che rilancia uno spezzone del telegiornale o un monologo del premier senza contraddittorio funziona esattamente secondo le stesse regole della tv degli anni Novanta: zero testo scritto, nessuna contestualizzazione, impatto visivo puro.

Se un cittadino fatica a leggere un’inchiesta di centoventi righe sui tagli alla sanità o sull’erosione del potere d’acquisto delle buste paga, crederà inevitabilmente a ciò che sente ripetere per tre minuti al Tg1 o in uno studio televisivo amico. In un ecosistema ad alto tasso di analfabetismo funzionale, ciò che non passa in televisione semplicemente non esiste.

La fotografia impietosa degli osservatori internazionali

Non si tratta di percezioni dell’opposizione, ma di una torsione documentata ormai da tutte le autorità indipendenti nazionali ed europee. I monitoraggi dell’AGCOM (compresi i rilievi del 2026 sulla parità di trattamento nei notiziari) hanno fotografato a più riprese uno squilibrio strutturale nei tempi di parola e di antenna a favore dell’esecutivo e della presidenza del Consiglio nei principali telegiornali del servizio pubblico, dove la voce del governo arriva a superare da sola un quarto dell’intero spazio politico, a cui si somma quello dei partiti di maggioranza.

Ancora più severo è il giudizio che arriva da fuori. Nel World Press Freedom Index 2026 pubblicato da Reporter Senza Frontiere (RSF), l’Italia è scivolata al 56° posto su 180 Paesi, perdendo altre sette posizioni in un solo anno (era 49ª nel 2025 e 46ª nel 2024) e consolidando il record negativo tra le grandi democrazie dell’Europa occidentale. A pesare sul declassamento, spiegano gli analisti di RSF, sono proprio l’ingerenza politica diretta sul servizio pubblico radiotelevisivo, l’uso sistematico delle querele temerarie contro i cronisti d’inchiesta e la concentrazione editoriale.

Lo stesso allarme si ritrova nel Media Pluralism Monitor 2026 dell’Istituto Universitario Europeo e nel Rapporto sullo Stato di Diritto 2026 della Commissione Europea: Bruxelles ha richiamato formalmente Roma per il mancato adeguamento della governance Rai ai criteri dell’European Media Freedom Act (EMFA) — il regolamento europeo entrato pienamente in vigore nell’agosto 2025 che impone agli Stati membri di sottrarre le tv pubbliche al controllo dei governi garantendo nomine indipendenti e risorse certe. Mentre altri Paesi europei hanno riformato le proprie leggi per blindare l’autonomia del servizio pubblico, l’Italia ha lasciato intatto il cordone ombelicale che lega i vertici Rai a Palazzo Chigi.

È qui che il cerchio aperto da Camilleri si chiude. Un potere politico che volesse davvero emancipare i cittadini investirebbe miliardi nella scuola pubblica, nel tempo pieno, nelle biblioteche di periferia e in un’informazione libera, scomoda e plurale. Ma un cittadino che recupera la padronanza della lingua e la fatica della lettura diventa subito un elettore esigente, immune agli slogan e capace di chiedere conto delle promesse mancate. Molto più semplice, e infinitamente più redditizio alle urne, lasciare che quei ventotto milioni di italiani restino dove sono, e continuare a cambiare per loro il programma sullo schermo.

Fonti e riferimenti documentali

  1. Tullio De Mauro / Andrea Camilleri: La lingua batte dove il dente duole (Laterza) e interventi pubblici di Andrea Camilleri sui dati della stratificazione alfabetica in Italia (analfabetismo strumentale, semi-analfabetismo e analfabetismo di ritorno sulla popolazione adulta).
  2. OCSE – Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico: Survey of Adult Skills (PIAAC) – Ciclo 2 (Rapporto Italia) — Dati sulle competenze alfabetiche (literacy) e di problem solving degli adulti italiani tra i 16 e i 65 anni (35% dei rispondenti pari o sotto il Livello 1 in comprensione del testo; 46% in difficoltà nel problem solving adattivo).
  3. Reporter Senza Frontiere (RSF): World Press Freedom Index 2026 — Classifica globale sulla libertà di stampa che attesta la discesa dell’Italia dal 46° posto (2024) al 49° (2025) fino al 56° posto nel 2026, con focus sulle pressioni politiche sulla Rai e sulle azioni legali intimidatorie (SLAPP).
  4. Commissione Europea: 2026 Rule of Law Report – Capitolo sulla situazione dello Stato di diritto in Italia (luglio 2026) e Regolamento (UE) 2024/1083 (European Media Freedom Act – EMFA, art. 5) — Rilievi sull’indipendenza del servizio pubblico radiotelevisivo e sull’inadempienza italiana rispetto agli standard europei di nomina e finanziamento della governance Rai.
  5. Centre for Media Pluralism and Media Freedom (European University Institute): Media Pluralism Monitor (MPM) 2026 – Country Report: Italy — Valutazione del rischio “alto” per l’indipendenza politica dei media e per la governance del servizio pubblico in Italia.
  6. AGCOM – Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni: Monitoraggi mensili sul pluralismo politico-istituzionale nei telegiornali e programmi di approfondimento (2025-2026) e Delibera n. 52/26/CONS (marzo 2026) — Rilevazioni sui tempi di parola e di notizia fruiti dal Governo e dal Presidente del Consiglio nelle testate del servizio pubblico

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