Le piazze piene e i palazzi vuoti: dietro la protesta, i numeri che il governo finge di non vedere

Mentre l’esecutivo riduce lo sciopero del 30 ottobre a un problema di ordine pubblico, i dati di Istat e Corte dei Conti certificano stipendi fermi al palo, carrello della spesa in fiamme e tagli reali alla sanità

Chi oggi ha incrociato le braccia, bloccando i varchi dei porti da Genova a Napoli o sfilando sulle tangenziali di Milano e Bologna, ha pagato di tasca propria il diritto di farsi sentire. Una giornata di sciopero costa a un operaio o a un impiegato tra i settanta e i novanta euro netti. Eppure, dai palazzi romani, la risposta a questa emorragia sociale è stata un misto di fastidio e gelida burocrazia: qualche nota sulle code in autostrada, il consueto conteggio al ribasso delle presenze e il dito puntato esclusivamente sulle frange che hanno cercato lo scontro a Torino e a Roma. Sul merito di ciò che quelle piazze chiedono, invece, il silenzio è totale.

Non è una distrazione, è una scelta politica. Ammettere che nelle strade ci sono lavoratori, studenti e famiglie schiacciati dal carovita significherebbe dover spiegare perché la manovra economica non contiene una sola misura strutturale sui redditi. Da mesi la linea comunicativa dell’esecutivo poggia su una narrazione rassicurante: l’occupazione tiene, i contratti pubblici si rinnovano, l’inflazione è sotto controllo. Basta però aprire gli ultimi bollettini degli istituti di statistica per accorgersi che il Paese raccontato nelle conferenze stampa non esiste.

Proprio oggi l’Istat ha messo nero su bianco che a settembre le retribuzioni contrattuali orarie sono cresciute del 2,5% su base annua, fermandosi addirittura al 2,3% nel settore privato e all’1,9% nel commercio. Numeri che il governo sbandiera come un segno più, guardandosi bene dal metterli a confronto con il carrello della spesa: nello stesso mese l’inflazione è tornata a correre al 4,2%, spinta da un rincaro del 22,6% sui beni energetici e del 5,5% sugli alimentari freschi. In cinque anni i prezzi sono saliti del 22,3%, e rispetto al 2019 gli stipendi italiani hanno perso l’8,6% del loro potere d’acquisto reale, facendo scivolare l’Italia al quattordicesimo posto in Europa, superata nell’ultimo anno persino da Malta e Cipro.

Anche la retorica sui rinnovi contrattuali mostra la corda: molti degli accordi firmati con enfasi riguardavano il triennio 2022-2024 e sono arrivati al traguardo già scaduti, mentre 3,9 milioni di dipendenti aspettano ancora un adeguamento. Per tamponare questa voragine, l’esecutivo si è limitato a distribuire palliativi: carte acquisti una tantum o piccoli bonus settoriali che si esauriscono alla prima bolletta invernale.

La stessa distanza tra propaganda e realtà emerge sull’altro grande tema agitato dai cortei: il definanziamento del welfare a favore del riarmo. Quando i sindacati e gli studenti gridano contro l’economia di guerra, la maggioranza liquida lo slogan come ideologico. Ma a dare ragione alle piazze sono i magistrati contabili e i dossier parlamentari. Nell’audizione di metà ottobre sul Documento programmatico di finanza pubblica, la Corte dei Conti ha avvertito che la spesa sanitaria pubblica è destinata a contrarsi ancora in rapporto al Pil, scivolando sotto la soglia del 6,4%.

Di contro, le tabelle del Servizio Studi della Camera basate sui rapporti Nato mostrano una traiettoria opposta per la difesa: la spesa militare italiana è passata dai 33,4 miliardi di euro del 2024 ai 47,18 miliardi del 2025, fino a toccare i 48,31 miliardi stimati per il 2026. Un salto che porta l’Italia al 2,10% del Pil — raggiunto anche attraverso riclassificazioni contabili su cui la stessa Corte dei Conti ha acceso un faro — con quasi un quarto del budget assorbito dall’acquisto di nuovi armamenti. È lo stesso quadro fotografato a livello continentale dal rapporto Sipri di ottobre, che vede la spesa militare europea salire a 574 miliardi di euro mentre arretrano gli investimenti sociali.

Ridurre tutto questo a una questione di manganelli, idranti e codice penale è la scorciatoia più comoda per chi governa. Spostare l’attenzione sui fumi dei petardi serve a non parlare delle corsie d’ospedale sguarnite e delle buste paga che finiscono il venti del mese. Ma l’indifferenza istituzionale ha un limite fisiologico: si può ignorare una piazza per un giorno, non si può nascondere a lungo un Paese che lavora e continua a impoverirsi.

Fonti e riferimenti documentali (da inserire in calce all’articolo)

  1. ISTAT – Istituto Nazionale di Statistica: Comunicato “Contratti collettivi e retribuzioni contrattuali” (30 ottobre 2026) e Prezzi al consumo definitivi (settembre-ottobre 2026) — Dati su crescita retribuzioni orarie (+2,5% medio, +2,3% privato), inflazione annua al 4,2%, beni energetici (+22,6%) e alimentari non lavorati (+5,5%).
  2. ISTAT / Eurostat: Serie storiche sul potere d’acquisto e retribuzioni reali (2019-2026) — Dati sul calo reale delle buste paga (-8,6% dal 2019), posizionamento dell’Italia al 14° posto UE27 e quota di lavoratori in attesa di rinnovo (3,9 milioni).
  3. Corte dei Conti: Audizione delle Sezioni Riunite in sede di controllo sul Documento Programmatico di Finanza Pubblica (13 ottobre 2026) e Delibera n. 54/2026/G (19 ottobre 2026) — Analisi sulla contrazione della spesa sanitaria in rapporto al Pil (6,4%) e rilievi sul perimetro della spesa per la difesa e sul disavanzo al 3,1%.
  4. Servizio Studi della Camera dei Deputati / NATO: Dossier “Le spese per la difesa in ambito NATO 2026” (aggiornamento 31 luglio 2026 su tabelle ufficiali NATO) — Dati sull’incremento della spesa militare italiana da 33,40 miliardi di euro (2024) a 48,31 miliardi (stima 2026), pari al 2,10% del Pil.
  5. SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute): Rapporto annuale sulle spese militari e il commercio globale di armamenti (ottobre 2026) — Dati sulla crescita della spesa militare europea (574 miliardi di euro) e posizionamento dell’Italia nell’export globale (6° posto con il 5,1%).

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