C’è una frase che torna puntuale ogni autunno, scandita con il tono solenne delle grandi occasioni davanti alle telecamere o sparata a caratteri cubitali nelle grafiche per Instagram: «Questo governo non mette le mani nelle tasche degli italiani». È il mantra su cui la maggioranza ha costruito la propria identità economica. Da una parte i “tassaioli” del passato; dall’altra chi finalmente libera i cittadini dal giogo del fisco.
Uno slogan perfetto, costruito per chiudere ogni discussione sul nascere. Peccato che tra i reel di Palazzo Chigi e il saldo sul conto corrente degli italiani ci sia di mezzo la contabilità dello Stato. E i conti, a differenza dei post sui social, non fanno sconti a nessuno.
Il gioco delle tre carte: mostrare il dito per nascondere la luna
Come si fa a convincere milioni di persone che le tasse stanno scendendo mentre lo Stato incassa più soldi che mai? Non serve mentire spudoratamente inventando numeri falsi; basta usare con maestria l’arte dell’incorniciamento selettivo.
La tecnica funziona esattamente come il gioco di prestigio di un illusionista: si costringe il pubblico a fissare la mano destra mentre la sinistra fa sparire l’orologio. La mano destra del governo mostra un taglio reale ma circoscritto — l’accorpamento delle prime due aliquote IRPEF o la conferma del taglio del cuneo fiscale — e ci punta sopra un riflettore accecante. Nei talk show si parla solo di quei venti, trenta o cinquanta euro lordi promessi in busta paga.
Tutto il resto del bilancio viene lasciato al buio. Nessuno cita le agevolazioni cancellate in silenzio, il taglio alle detrazioni per chi ha spese mediche o familiari a carico, il rialzo dei tributi locali a cui i Comuni sono costretti per far quadrare i conti dopo i tagli dei trasferimenti centrali. Il cittadino vede la vetrina illuminata, ma paga il conto nel retrobottega.
La tassa invisibile che nessuno vota: il drenaggio fiscale
C’è poi il vero capolavoro contabile di queste manovre, un meccanismo talmente silenzioso che quasi nessun telegiornale si prende la briga di spiegarlo perché suona troppo tecnico: il fiscal drag, il drenaggio fiscale.
Immaginate un impiegato o un operaio che, dopo anni di inflazione galoppante che ha fatto schizzare alle stelle il carrello della spesa e le bollette, ottiene finalmente il rinnovo del contratto nazionale. Cento euro lordi in più al mese. Non è un vero aumento di ricchezza: quei cento euro servono a malapena a recuperare una frazione del potere d’acquisto perso dal 2021 a oggi. Quell’uomo non può comprare un grammo di pane in più rispetto a tre anni fa.
Eppure, per il fisco italiano, quell’impiegato è improvvisamente diventato “più ricco”. Siccome gli scaglioni IRPEF non vengono adeguati automaticamente all’inflazione, quel piccolo aumento nominale spinge il lavoratore nella fascia di tassazione superiore. Risultato: lo Stato si mangia in tasse una fetta consistente dell’aumento appena ottenuto. Il lavoratore resta povero in termini reali, ma versa all’erario molto più di prima. È il prelievo perfetto per un politico: riempie le casse del Ministero dell’Economia di miliardi di euro freschi senza dover mai firmare un decreto con su scritto “aumento delle tasse”.
La prova del nove nei documenti ufficiali
Se la narrazione del governo fosse vera, l’indicatore principe dell’economia — la pressione fiscale complessiva, ovvero la fetta di ricchezza prodotta nel Paese (PIL) che finisce nelle casse pubbliche — dovrebbe essere in caduta libera.
Basta invece aprire le tabelle dell’ISTAT, i bollettini del Ministero dell’Economia e le note dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio per imbattersi in un muro di gomma: la pressione fiscale non è affatto scesa, ma resta inchiodata attorno alla soglia del 42,5% – 42,8%, sui livelli record dell’ultimo decennio.
Messa di fronte ai suoi stessi numeri, la maggioranza ha tentato una piroetta retorica d’emergenza: «Lo Stato incassa di più non perché abbiamo alzato le tasse, ma perché ci sono più occupati e perché facciamo la lotta all’evasione». Una mezza verità usata per coprire una bugia intera. Come hanno ricostruito al millimetro gli analisti di Pagella Politica smontando la difesa di Giorgia Meloni sulla pressione fiscale, se le entrate tributarie crescono più velocemente dell’economia stessa, la pressione fiscale sale per definizione matematica. E a tirare la carretta di questo incasso record non sono i grandi evasori improvvisamente redenti, ma due voci ben precise nei bilanci del MEF: l’IVA gonfiata dal caro prezzi (se la benzina o la pasta costano il 20% in più, anche l’IVA che paghiamo alla cassa aumenta del 20%) e le trattenute IRPEF sulle buste paga di lavoratori dipendenti e pensionati.
Quello della destra fiscale, alla prova dei tabulati della Ragioneria, non è il racconto di una liberazione dalle tasse. È la cronaca di un gigantesco trasferimento silenzioso: si sventola uno sconto in prima serata, mentre l’inflazione e le pieghe dei commi di bilancio presentano il conto direttamente alla cassa del supermercato e nel conguaglio di fine anno.
Se c’è un trofeo che i partiti di maggioranza amano alzare al cielo a ogni varo della legge di bilancio, è quello della busta paga più pesante. «Abbiamo messo fino a cento euro in più al mese nelle tasche dei lavoratori», ripetono ministri e sottosegretari nei salotti televisivi, snocciolando tabelle colorate con una sicurezza disarmante. Chi ascolta dal divano di casa dopo una giornata in fabbrica o in ufficio fa un calcolo istintivo: cento euro moltiplicati per dodici mesi fanno mille e duecento euro l’anno. Una boccata d’ossigeno vera.
Peccato che, quando arriva il cedolino di gennaio, quella boccata d’ossigeno non ci sia. Il lavoratore apre la busta paga, scorre con il dito fino in fondo a destra, dove c’è il netto, e scopre che la cifra è identica a quella di dicembre. A volte, per via dei conguagli comunali e regionali, persino più bassa di qualche euro. Com’è possibile? Hanno sbagliato i commercialisti o qualcuno ha barato con le parole?
Il trucco del giorno della marmotta: vendere due volte lo stesso regalo
La tecnica comunicativa usata qui è un classico manuale di manipolazione percettiva: gli analisti anglosassoni la chiamano moving the baseline, lo spostamento della linea di partenza. In parole povere, consiste nel vendere come una conquista nuova di zecca la semplice proroga di qualcosa che esisteva già.
La storia del taglio del cuneo fiscale funziona esattamente così. La misura — una riduzione dei contributi previdenziali a carico dei lavoratori con redditi fino a 35.000 euro — non nasce oggi: i primi tasselli risalgono ai governi Conte II e Draghi, poi ampliati dal governo Meloni nel 2023. Poiché però lo Stato non aveva i fondi per renderla definitiva, per anni la misura è stata finanziata “a scadenza”, per dodici mesi alla volta.
Arrivati all’autunno successivo, il governo si trova davanti a un bivio: se non rinnova lo sconto, a gennaio gli stipendi degli italiani crollano di cento euro; se lo rinnova, gli stipendi restano esattamente uguali a prima. Il governo mette i soldi per confermare la misura (e renderla infine strutturale trasformandola in un gioco di detrazioni e bonus), ma nella comunicazione pubblica compie il miracolo semantico: non dice «abbiamo evitato che il vostro stipendio calasse», ma annuncia trionfante «vi abbiamo aumentato lo stipendio di cento euro».
È come se il proprietario di casa vi dicesse a dicembre: «Buone notizie, per l’anno prossimo ti regalo cento euro al mese: invece di alzarti l’affitto di cento euro, te lo lascio uguale a oggi». Nessuno stapperebbe lo champagne. Eppure, nella contabilità mediatica della manovra, la mancata catastrofe diventa un regalo di Natale da incassare ai sondaggi. Come ha documentato nel dettaglio l’Ufficio Parlamentare di Bilancio nelle sue audizioni sulla manovra, la stragrande maggioranza dei miliardi stanziati per il fisco serve semplicemente a confermare lo status quo rispetto all’anno precedente, producendo un saldo netto aggiuntivo nelle tasche delle famiglie prossimo allo zero.
La trappola dei 35.000 euro e il “muro” delle aliquote
Ma non c’è solo l’illusione dell’aumento fantasma. Dietro la ristrutturazione del cuneo fiscale e l’accorpamento dei primi due scaglioni IRPEF (con l’aliquota del 25% assorbita in quella del 23% fino a 28.000 euro di reddito) si nasconde un paradosso che colpisce proprio il ceto medio che la destra dice di voler proteggere.
Per risparmiare risorse, il taglio dell’IRPEF è stato neutralizzato per chi guadagna oltre una certa soglia attraverso il décalage delle detrazioni: in pratica, ti do uno sconto sull’aliquota da una parte, ma ti taglio le detrazioni fiscali (per spese mediche, mutuo, ristrutturazioni o lavoro) dall’altra. Come messo in luce dall’analisi di Pagella Politica sui reali risparmi generati dal taglio delle tasse, per milioni di contribuenti il beneficio reale dell’accorpamento IRPEF si riduce al costo di una pizza al mese: circa 260 euro massimi all’anno, poco più di venti euro al mese, che spesso vengono azzerati dai rincari delle addizionali regionali e comunali.
Ancora più insidioso è quello che succede sulle soglie di confine. Per anni il taglio contributivo ha avuto un tetto rigido a 35.000 euro: bastava superare quella cifra anche di un solo euro lordo — magari per aver accettato di fare qualche ora di straordinario in più o per aver ricevuto un premio di produzione — per perdere di colpo l’intero beneficio di oltre mille euro l’anno. Nel tentativo di correggere questa stortura trasformando lo sgravio contributivo in un mix di bonus e detrazioni fiscali decrescenti fino a 40.000 euro, si è creato un groviglio normativo in cui le aliquote marginali effettive (cioè quanto paghi di tasse su ogni euro guadagnato in più) schizzano alle stelle proprio nella fascia tra i 32.000 e i 40.000 euro.
Il messaggio implicito che arriva a un lavoratore qualificato, a un infermiere che fa i turni di notte o a un tecnico specializzato è demotivante: non ti conviene lavorare di più o chiedere un aumento, perché più della metà di quei soldi extra se li prenderà il fisco facendoti perdere i bonus.
Alla fine della fiera, la grande “rivoluzione in busta paga” si svela per quello che è nei numeri reali: un’operazione di difesa minima per i redditi più bassi, venduta in tv come un nuovo miracolo economico, e pagata stringendo i bulloni sulle detrazioni di quella stessa classe media che manda avanti il Paese.
Se ci fosse un museo delle promesse elettorali italiane, la sala d’onore sarebbe interamente dedicata alle accise sui carburanti. Tutti ricordano i video diventati parte del folklore politico nazionale: Matteo Salvini che spunta i cartelli con la guerra d’Etiopia e il terremoto del Belice promettendo di cancellarle nel primo Consiglio dei Ministri utile, e Giorgia Meloni ferma davanti a un distributore di benzina a spiegare, scontrino alla mano, come lo Stato fosse un socio occulto e rapace che si intascava oltre metà del prezzo di ogni litro.
Era una narrazione potentissima perché toccava il nervo scoperto di un Paese che viaggia su gomma. La promessa era granitica: andiamo al governo e tagliamo le tasse sulla benzina. Poi al governo ci sono andati davvero. E davanti ai benzinai è iniziata tutta un’altra storia.
Dall’abolizione al “riallineamento”: il miracolo del dizionario
Quando una forza politica fa esattamente l’opposto di ciò che ha promesso per dieci anni, ha due strade davanti: ammettere che i conti pubblici non lo permettono, oppure cambiare il nome alle cose. La maggioranza ha scelto la seconda via, regalandoci un caso da manuale di ridefinizione eufemistica combinata alla tecnica del moving the goalposts (spostare i pali della porta mentre la partita è in corso).
Il primo atto si consuma a poche settimane dall’insediamento a Palazzo Chigi. Il governo Draghi aveva introdotto uno sconto emergenziale di circa 30 centesimi al litro sulle accise per attutire lo shock energetico. Il nuovo esecutivo prima lo dimezza, poi a fine anno lo cancella del tutto. Da un giorno all’altro, fare il pieno costa 15 euro in più. Come viene giustificata la mossa? Dicendo che quello sconto era una misura regressiva che aiutava anche i ricchi con il SUV, e che i soldi servivano per i redditi bassi. La promessa del “taglio strutturale per tutti” viene archiviata in quarantott’ore senza un briciolo di imbarazzo, come documentato nella ricostruzione storica di Pagella Politica sulle promesse mancate di Meloni in tema di accise.
Ma il vero capolavoro linguistico arriva dopo, quando nei documenti programmatici di bilancio compare il riordino della tassazione sui carburanti. La parola “aumento” viene bandita dai comunicati ufficiali e sostituita da un termine asettico, quasi rassicurante: riallineamento.
La stangata silenziosa sul diesel e lo scaricabarile su Bruxelles
In cosa consiste questo “riallineamento”? In Italia, storicamente, l’accisa sul gasolio è sempre stata più bassa di quella sulla benzina (circa 61,7 centesimi al litro contro 72,8). Il piano del governo prevede di parificare gradualmente le due aliquote, abbassando di una frazione di centesimo la benzina e alzando della stessa misura il gasolio nell’arco di un quinquennio.
A prima vista sembra un gioco a somma zero: tolgo di qua, metto di là. Ma se si guarda a come è fatto il parco auto circolante in Italia — e soprattutto a come viaggiano le merci — il trucco salta subito agli occhi. In Italia i veicoli diesel consumano molti più miliardi di litri rispetto a quelli a benzina. Alzare anche di pochi centesimi l’accisa sul gasolio a fronte di un mini-sconto sulla verde non è affatto un’operazione neutra per le casse dello Stato: genera un extra-gettito netto, pagato interamente da chi usa l’auto per macinare chilometri per lavoro, dai pendolari e dall’intera filiera dell’autotrasporto.
E siccome in Italia oltre l’80% delle merci viaggia su tir alimentati a gasolio, aumentare il costo del pieno ai camionisti significa innescare un effetto domino immediato sui prezzi al consumo: dal latte alla frutta, tutto ciò che arriva sugli scaffali del supermercato incorpora quel rincaro.
Come si difende la maggioranza quando le associazioni dei consumatori e degli autotrasportatori tirano fuori la calcolatrice? Usando l’arma di distrazione di massa più antica della politica italiana: lo scaricabarile sull’Unione Europea. «Non siamo noi a voler toccare il diesel, ce lo impone Bruxelles con il PNRR per tagliare i sussidi ambientalmente dannosi», spiegano i ministri.
Anche qui, la realtà fattuale smentisce la propaganda. Gli impegni europei chiedevano all’Italia di ridurre progressivamente i sussidi alle fonti fossili nel loro complesso, lasciando però al governo ampia discrezionalità su quali voci toccare nel gigantesco catalogo delle agevolazioni fiscali. Scegliere di fare cassa proprio sul gasolio — dopo aver giurato in tutte le piazze che i carburanti non sarebbero mai stati toccati — non è stata un’imposizione divina calata da Bruxelles, ma una precisa scelta politica ed economica del Ministero dell’Economia.
Si è partiti dai video virali davanti alle pompe di benzina per denunciare lo “Stato vampiro”, e si è finiti per aumentare le tasse sul carburante più usato da chi lavora, chiamandolo con un elegante inglesismo da tecnocrati o nascondendolo dietro la parola “riallineamento”.
C’è una parola che nei discorsi ufficiali della maggioranza occupa un posto quasi sacro: famiglia. Non c’è conferenza stampa, festival di partito o videomessaggio domenicale in cui non si ricordi che l’inverno demografico è l’emergenza numero uno della nazione e che ogni singolo euro del bilancio viene orientato per aiutare chi mette al mondo dei figli. «Più figli hai, meno tasse paghi», è lo slogan scolpito nella pietra fin dal discorso d’insediamento.
È una narrazione calda, protettiva, impossibile da contestare in linea di principio. Ma quando si passa dalla poesia dei comizi alla prosa arida dei commi della Legge di Bilancio, ci si accorge che la tutela della famiglia è il terreno dove il cherry picking (la raccolta delle ciliegie più belle da mettere in mostra sul banco, nascondendo quelle ammaccate sotto il telo) tocca il suo apice artistico.
Il paradosso dei pannolini: l’IVA che raddoppia nel silenzio generale
Prendiamo il gesto più concreto e quotidiano di chi ha un neonato in casa: comprare il latte in polvere, gli omogeneizzati, i pannolini o un seggiolino per l’auto. Nel primo anno di mandato, con grande enfasi mediatica, il governo aveva ridotto l’IVA su questi prodotti e sugli assorbenti femminili dal 10% al 5%. «Un segnale concreto per le mamme e per la natalità», dissero i telegiornali. I manifesti fecero il giro dei social.
Passano appena dodici mesi e, nella manovra successiva, accade l’impensabile: lo sconto viene cancellato. Dal 1° gennaio 2024 l’IVA sul latte in polvere, sulle pappe per bambini, sui pannolini e sugli assorbenti raddoppia, tornando al 10% (e per i seggiolini auto schizza addirittura al 22%). Come viene giustificata una retromarcia così clamorosa proprio sul terreno sacro della natalità? Con una scrollata di spalle contabile: secondo il governo i commercianti non avevano abbassato abbastanza i prezzi e quindi tanto valeva che quei soldi se li riprendesse lo Stato.
La beffa diventa grottesca se si guarda a chi, invece, lo sconto IVA lo ha ottenuto davvero nei provvedimenti successivi: come documentato da Pagella Politica nel confronto sull’IVA tra beni di prima necessità e mercato dell’arte, il governo ha trovato le coperture per abbassare al 5% l’IVA sulla compravendita di opere d’arte e oggetti da collezione, lasciando al 10% quella su pannolini e prodotti per l’infanzia. Un quadro d’autore, per il fisco italiano della destra sociale, è un bene più meritevole di tutela rispetto al latte per un neonato.
Il trucco del “Bonus Mamme” e i paletti scritti in piccolo
Come si fa a coprire il rumore di un aumento dell’IVA sui passeggini? Lanciando un grande annuncio: il “Bonus Mamme”, sbandierato come una decontribuzione totale fino a 3.000 euro l’anno per le madri lavoratrici. Chi legge il titolo del giornale pensa che tutte le madri che lavorano avranno un aumento netto in busta paga.
Chi invece va a leggere i requisiti tecnici scopre la trappola dei vasi comunicanti e delle clausole scritte in corpo sei:
- Nella sua prima formulazione strutturale, il bonus escludeva completamente le madri con un solo figlio (che in Italia sono la stragrande maggioranza delle nuove famiglie), le lavoratrici domestiche, le precarie a partita IVA in regime forfettario e gli incapienti.
- Anche per chi rientra nei parametri (con le successive modifiche estese parzialmente ai contratti a termine e agli autonomi, ma con tetti di reddito rigidi), il beneficio è “lordo”: abbattendo i contributi versati dal lavoratore, fa salire l’imponibile IRPEF, per cui una fetta cospicua dello sconto promesso torna dritta nelle casse dell’erario sotto forma di maggiori imposte sul reddito.
Si annuncia un provvedimento universale con la fanfara, ma lo si disegna con il bisturi della Ragioneria affinché la platea reale sia ridotta a una frazione minoritaria.
Il “Quoziente Familiare” all’incontrario: non un premio a chi ha figli, ma una tassa a chi non ne ha
Ma il vero capolavoro di ingegneria semantica riguarda la grande promessa storica del centrodestra: il quoziente familiare, ovvero il modello francese in cui il reddito complessivo della famiglia viene diviso per il numero dei componenti, abbassando drasticamente le tasse a chi mantiene figli a carico.
I conti pubblici italiani non permettevano di finanziare un vero quoziente familiare, che sarebbe costato decine di miliardi. E allora cosa ha fatto il Ministero dell’Economia a partire dalla manovra per il 2025? Ha inventato il quoziente familiare al contrario. Invece di aumentare gli sconti fiscali alle famiglie numerose, ha introdotto un taglio secco delle detrazioni fiscali (per mutui, ristrutturazioni, assicurazioni, spese universitarie) per tutti i contribuenti sopra determinate soglie di reddito, modulando la scure in base al numero di figli. E non solo: nella stessa manovra è arrivata una stretta severa sulle detrazioni per i familiari a carico, cancellando gli sconti IRPEF per i figli con più di 30 anni (anche se ancora studenti o disoccupati) e per i familiari conviventi diversi da coniuge e figli, come i genitori anziani.
Il meccanismo è di una sottigliezza diabolica: lo Stato non ti dà un euro in più se metti al mondo un bambino; semplicemente, se sei single, se sei una coppia giovane che ancora non può permettersi un figlio o se i tuoi figli sono ormai grandi, lo Stato ti toglie le detrazioni a cui avevi diritto prima. Hanno preso un aumento selettivo delle tasse sui contribuenti senza figli a carico e lo hanno battezzato in conferenza stampa come «l’introduzione del quoziente familiare a tutela della natalità».
Il bilancio finale: la realtà oltre lo specchio
Mettendo in fila tutti i pezzi del puzzle — dalla pressione fiscale complessiva rimasta ai massimi storici, al gioco delle tre carte sul cuneo fiscale, dal tradimento semantico sulle accise del diesel fino alla forbice silenziosa sulle detrazioni familiari e sull’IVA — il quadro della manovra economica esce finalmente dalla nebbia della propaganda.
La tecnica non è mai la menzogna frontale, che sarebbe troppo facile da smascherare. È un lavoro di sartoria comunicativa:
- Illuminare a giorno il singolo bonus (anche quando è una semplice proroga dell’esistente).
- Cambiare nome agli aumenti fiscali (chiamandoli “riallineamenti”, “rimodulazioni delle tax expenditures” o “quoziente familiare”).
- Lasciare che l’inflazione e il drenaggio fiscale facciano il lavoro sporco senza dover mai mettere la firma su un decreto impopolare.
I post sui social durano il tempo di uno scroll sul telefono; i commi della Gazzetta Ufficiale, invece, restano impressi nei conguagli di fine anno e negli scontrini della spesa. Ed è lì, numeri alla mano, che la favola del governo che “non mette mai le mani nelle tasche degli italiani” finisce per scontrarsi con la matematica.